Recensione “Gatto nero gatto bianco” di Emir Kusturica (1998)
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Recensione “Gatto nero gatto bianco” di Emir Kusturica (1998)

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Sulle rive del Danubio, in un villaggio rom dove il caos è l’unica regola e la musica non smette mai, Emir Kusturica costruisce una delle commedie più vitali e irresistibili del cinema europeo degli anni Novanta. “Gatto nero gatto bianco” — Leone d’argento a Venezia nel 1998 — è un film che non si guarda soltanto: si sente, si vive, si lascia addosso come una festa che non riesci a dimenticare. In questa puntata de La Foglia d’Acanto parliamo di un regista che aveva già vinto due Palme d’oro a Cannes e che, stanco del peso della storia, scelse la libertà assoluta. Il risultato è un’opera caotica, generosa, straordinariamente umana, dove padri scriteriati, boss perennemente ubriachi, nonne immortali e giovani innamorati si muovono sullo sfondo di ritmi balcanici che entrano nelle orecchie e non se ne vanno più. Una recensione senza spoiler, come sempre.

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